ia fet

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

jafet / Antonello Bulgini/  24.5 - 15.6.2010

a cura di Francesco Cascino

Cercare le risposte oltre il muro della ragione sarà sempre possibile, finché esisteranno scrittori e descrittori di percorsi immaginabili con la forza dei sensi. Guardando l’opera “ attribuite nuove proprietà ad un paesaggio” si scorge, ad Oriente, la possibilità di ritrovare la rotta. Intera.

D’altronde ci si orienta, non si va in altre direzioni, se ci si perde.

Perdersi e ritrovarsi è l’invito di Antonello Bulgini. La materia partecipa alla descrizione della Via come una volta si usava fare con la scultura, solo che in questo caso siamo di fronte ad una reinterpretazione evoluta in versione pittorica, e con materiali di nuova generazione. Solchi tracciati per animi visionari abituati a cambiare strada.

Bulgini non vuole restare ai mezzi espressivi del ‘900, semplicemente cerca nuove visioni per dare vita alle ombre. Dipinge nuove strade per dare luce ai sensi. Traccia percorsi di stimolo perché chi guarda possa trovare nuove strade; a seconda del punto da cui si guarda, sembra suggerire. L’anamorfismo dell’opera, questa volta non solo metaforico, rimanda alle ricerche silenziose di Duchamp dove il genio del secolo scorso condusse tutti per mano a scoprire l’alto valore dell’ironia e della contraddizione, scoperchiando miti desueti legati all’unicità di lettura o di possesso.

La scatola che lo nasconde rappresenta i nostri pregiudizi, gli schemi secondo cui siamo costretti a pensare, l’arte invece richiede libertà e coraggio, e nessuna evoluzione è possibile senza rottura degli schemi, sperimentazione continua, abbandono del successo a favore di valore e ricerca. Questo è “ attribuite nuove proprietà ad un paesaggio”, a ben guardare.

Iafet, invece, non è facile da spiegare, vive nella sfera dei cerchi che si chiudono. Nel quadro campeggia una testa, ispirata al ritratto di un anonimo marinaio dipinto da Antonello da Messina, che “galleggia” su uno sfondo astratto. Su questo quadro Bulgini ha chiesto al  figlio di quattro anni (Tiziano) di intervenire con dei pennarelli. Tiziano ha completato e decorato il corpo mancante ed ha aggiunto delle lettere con le quali ha composto la parola “ia fet” che da il titolo della mostra. Un titolo che apparentemente non aveva alcun significato, ma solo un suono interessante. Iafet è uno dei figli di Noè ammessi sull’arca del Diluvio Universale, ma questo il piccolo Tiziano non poteva saperlo.

La fantasia si collega alla storia, compenetra percorsi leggendari di profonde verità e riporta a casa il figliol prodigo della Conoscenza, stavolta informato dei fatti e dotato di olfatto visivo e perspicacia emozionale.

Il caso (forse) ha fatto sposare l’anonimato del marinaio ritratto con l’indeterminatezza richiesta al bambino, che graffia l’opera del padre e produce una scritta destinata a riecheggiare la Storia e le storie personali.

Antonello Bulgini è stato ufficiale di marina, come il padre, ed il volto anonimo del quadro di Antonello da Messina è di un marinaio. Com’è di un marinaio biblico il nome tracciato dalla mano ignara del bambino.

Ed anche questo Tiziano non poteva saperlo. Quando il padre gli ha chiesto di graffiare il legno, non gli ha dato indicazioni. Gli ha chiesto di seguire il destino che ha nel nome. E nel cognome.

 

 

 

home                         .calendario                      .spazio                             .dove siamo                     .chi siamo